IL RAGAZZO DALLA PELLE DI SOLE

Londra – Swiss Cottage Library – 2016

Sulla sua camminata di presunta donna e andamento da bambina si trastullava nel pensiero del ragazzo dalla pelle lucida e gli occhi solari. Occhi espressivi, seri, poi luminosi, poi di nuovi seri. Si poteva leggere il mondo in quegli occhi profondi, cosi capaci di dire. Ripassava nella mente ogni loro movimento, ogni espressione nelle loro conversazioni sporadiche su application e lavoro. Non riusciva a capire cosa dicesse, cosi persa a provare ad essere concentrata quando le sembrava solo di poter stare su una nuvola e farsi trasportare. Il mondo le si ovattava intorno ogni volta che parlavano.

Quella emozione la aveva scritta per dare sfogo ad un groviglio di sensazioni che le faceva attorcigliare i pensieri come vipere impazzite. La aveva scritta e lasciata là,  su un pezzo di carta,

“Macchiato di un colore di maggio. L’emozione sibila sulle pieghe del viso, che storce il broncio della solitudine. Brilla la pelle al sole e scorge l’emozione nascosta nell’imbarazzo. Ed è strano quanto è potente quello che sento, sibilato nello stomaco e nascosto all’attenzione della mente sempre attenta a quello che fa. Dove vai mente innamorata? Si felicita con il cuore arreso alle ferite, si felicita di un nuovo arrivo che fa entrare spiragli di luce. L’emozione perfora lo stomaco della solitudine, ne squarcia lo squallore e fa sorridere alla vita”.

Lo aveva cercato, per giorni. Ogni giorno le sembrava che avesse acquistato un suo perché. Il tempo non era più qualcosa da passare ma era l’attesa tra l’averlo visto e la volta successiva. Il tempo lo sentiva nel suo corpo, sentiva il presente. Non c’era un overthinking sul passato e sul futuro. Il qui e ora era il suo posto nel mondo.

Portava i suoi pensieri nevrotici come turisti intorno alla città e passeggiava con la sua amica per Covent Garden, detto senza erre, perché a Londra non si pronuncia, un po’ come quando si parla con l’accento snob di Napoli e scambiavano opinioni sulla città della Consapevolezza. “Perché della consapevolezza?”, le aveva chiesto l’amica. Lei rispondeva con un sorriso saggio sul volto: “Perché qui sono consapevoli del senso della vita. Qui, tutto e tutti sanno che la morte esiste”. In cinque mesi le si era aperto il pensiero, vedeva tutto più vasto, vedeva per la prima volta dopo tanto tempo gli uomini, la stessa musica, gli stessi odori, gli stessi sapori, tutti sotto lo stesso cielo. Danzanti. Proseguiva imperterrita il suo flusso di parole: “I londinesi, chi vive a Londra,  non si attaccano alle cose, lo sanno che non c’è il tempo e che il tempo non c’è e non è. Non li puoi definire e più provi a metterli dentro a delle categorie e più impazzisci. Qui la vita si vive come se si fosse dentro ad un parco giochi. La vedi brillare, ti diverti, ti spaventi,  ma non ti chiedi perché. Stai li, passi il tempo, consapevole che passa: Gamification City. I Londinesi non stanno li a fare muri sociali, commerciali, vitali. Vivono, scopano, amano, si ubriacano, lavorano, ma tutto con la consapevolezza del tempo e che tutto può cambiare. E non si sa quando. La vita a Londra la vedi passare felice e libera nella gran festa popolare del week end del Bank holiday: cittadini e turisti ammassati, ordinati, felici e silenziosi camminano a South Bank. Gelato in mano e facce da bambini soddisfatti. Splende Londra su un banda di musicisti che suona su un improbabile bagnasciuga, occupato ai primi raggi di sole. Batte su i corpi stesi al sole sul verde prato e batte su un gruppo di giovani che fanno penzolare i piedi dalla finestra di una casa vittoriana ad Highgate.  Brilla a Londra la libertà dell’essere sotto le nuvole assolute di un giorno sereno”. “Ti rendi conto che questo era un monologo teatrale?” aveva detto tra il serio e il divertito l’amica. “Beh, allora la prossima volta ti farò pagare”, le aveva risposto serissima, simulando di essere arrabbiata per poi esplodere in una risata rilassata. Le due abbracciandosi divertite avevano ripreso a camminare tra quel fruscio di gente diversa. Volti sconosciuti e uniti nella folla a rappresentare il mondo.  Un gruppo di giovani, in particolare, attirava la sua attenzione. Le sembrava di essere finita sul set del film Insurgent, dove l’umanità è ridotta a nette categorie. Camminavano in gruppo, vestiti in modo molto simile agli insurgent del film e avvistata una o due persone sedute in un angolo,  vi si avvicinavano, in circolo applaudendo, sotto lo sguardo sorpreso di attenzione dell’ignaro protagonista. Inno alla vita, all’esclusività di ognuno di noi, alla creatività?. “Dovremmo concentraci sulla ricerca di un uomo, tanto quanto ci concentriamo sulla ricerca del lavoro”. Le aveva  detto, volutamente sentenziando, la sua amica, tra un sorso di birra e l’altro. Quella frase la aveva conservata sotto la lingua, la aveva gustava e la aveva fatta sciogliere come granuli di zucchero. Il giorno dopo ne assaporava ancora il retrogusto.

Si era preoccupata che non lo avrebbe più rivisto. E con il sapore dolce sotto la lingua, aveva preso l’autobus per andare in biblioteca. Poi nella corsa giornaliera a cercar con gli occhi di lui, era entrato portandosi dietro la sicurezza del suo giorno e del suo credere. Camminava come se avesse dietro di sé un carico di saggezza, una valigia abbastanza pesante da trainare. Eppure, per lui sembrava essere leggera. Le aveva detto che il lavoro come agente per la sicurezza presso la biblioteca era temporaneo, aveva una laurea in medicina e stava cercando lavoro, almeno come assistente medico. Ecco, si. In effetti quella camminata le sembrava appartenere a quel mondo, allo stereotipo un po’ datato del medico che prosegue sempre con passo accelerato sostenendo il peso della valigia in pelle marrone, con leggerezza del corpo e saggezza nella mente. Lei lo seguiva con lo sguardo per cogliere l’attimo in cui lui la avrebbe vista. Ma nulla, aveva camminato dritto, consapevole o addormentato sui pensieri, mentre lei, con la speranza che più tardi lo avrebbe rivisto, aveva accartocciato la rimanenza del panino troppo salato, aveva raccolto le sue cose, del giorno sempre di fretta e delle molte cose da fare, ed era uscita con un pensiero felice in tasca.

A pomeriggio inoltrato sulla sua vita, era tornata in biblioteca. Non c’era, non passava, non sentiva i suoi passi che aveva imparato a riconoscere cosi bene. Leggeva i vari siti di lavoro ed era attenta ai passi. Ne aveva studiato l’incedere. Il ritmo dei suoi passi, non era un semplice suono, ma un andamento della persona. Il passo sapeva di una camminata paziente e attenta. Un uomo cauto nei suoi pensieri sicuri. I passi si alternavano con musicalità, era un suono lento, di scarpa di gomma, usurata. Ogni passo era un sussulto al cuore. Un attimo per alzare lo sguardo dal PC al guardarsi intorno ed eccolo li, sempre calmo, sempre sguardo vivo. La aveva vista anche lui, ma in un attimo di imbarazzo aveva distolto lo sguardo, quasi fingendo di non conoscerla – riconoscerla. Lei aveva abbassato a suo volta lo sguardo, per reggere meglio l’imbarazzo della situazione. Sarebbe stato diverso, lui sarebbe tornato. E cosi era stato. Stesso giro, stesso passaggio dietro ad una colonna, lei aveva di nuovo accennato un saluto con la mano e lui si era avvicinato. Application, lavoro e cosi via. Lo aveva trovato più bello del solito. Gli brillava la pelle accarezzata dalla desueta luce di Londra e aveva acquistato un fascino di ragazzino-pavone sugli sguardi maliziosi di una donna-ragazza impacciata. Parlavano di lavoro, con lo sguardo rotolavano in un letto profumato di emozione e passione e sesso e sudore, baci, abbracci, confidenze, vino, notte, dolore, piacere, imbarazzo, vergogna, orgasmi, suoni e dolcezza. Si erano salutati: ci vediamo dopo. Lui era seduto fuori, nell’ingresso. Aveva il cellulare in mano. Lei scendeva le scale con una tipa strampalata dalla difficoltà di trovare lavoro a Londra. Lui era lì, cellulare  a portata di mano. Era li per lei e lei era caduta nei suoi soliti imbarazzi che erano sfociati in una paralisi celebrale. Lui la guardava, lei proseguiva su un semplice ciao.  I pensieri le ronzavano nella testa impazziti. Torno indietro? Prendo l’auto? Torno indietro? Prendo l’auto? Crescendo si impara l’amore? Può essere amore un dialogo breve diviso in minuti, in giornate diverse, in settimane diverse? O era la solitudine a mangiare, a divorare, a spingere a far correre, a far sognare? Non aveva una riposta pronta e il ragazzo dalla pelle di sole non poteva dargliene una. Non avrebbe dormito per più notti su quel ciao non detto calmo, su quel numero non scambiato, su quell’incontro con quella tipa nel giorno, momento, luogo sbagliato. Era salita sull’autobus immaginando e forse un po’ anche credendo che lui sarebbe potuto uscire dalla biblioteca, di corsa, per parlarle. Le sembrava un pensiero cosi romantico: lei che lo guarda imbarazzata dall’autobus e lui che le sorride ironico sulle coincidenze sbagliate. Forse è l’universo che manda segnali quando non è il momento giusto, forse a volte bisogna semplicemente essere pazienti e aspettare. Era tornata a casa con l’ansia di quello che sarebbe successo il giorno dopo e l’immaginazione dei vari possibili scenari le si era appiccicata alla pelle per tutta la notte. Aveva dormito con il sorriso stampato sulle labbra. Il giorno dopo sarebbe andata li, si sarebbero scambiati i numeri e sarebbe nata una meravigliosa storia d’amore almeno paragonabile all’Oscar 2017 per una originale commedia romantica, che aveva scritto nella sua mente, la notte, sudando, pensando, girandosi nel letto, ridendo da sola.

Si era svegliata di buon ora, doccia, capelli, trucco, panini, il piano del giorno pronto, forte e chiaro. Obiettivo superare la giornata e arrivare a lui, il ragazzo dalla pelle di sole. Sarebbe stato il giorno giusto, per lei, per lui, per loro.

Era entrata in biblioteca guardandosi intorno in modo casuale. In realtà scrutava ogni angolo come un segugio. Ogni volta che il sentimento circolava nei suoi pensieri, lei impazziva: tutta la realtà e il tempo intorno le si distorcevano come in un Dali’ .  Entrava nel caos. E cosi anche quel giorno. Lei leggeva ed ecco di nuovo i passi, leggeri, gommosi. Ad ogni passo il cuore le batteva più forte. “Ciao” le aveva detto lui, avvicinandosi con quel sorriso, bello, luminoso e sicuro. E lei “Ciao, come stai?”. Appena dopo la prima battuta una vampata di calore le aveva invaso il viso e più ne diventava consapevole e più arrossiva, e più arrossiva e più si vergognava. E lui, carinamente, si era di nuovo allontanato. Le piaceva ancora di più. Aveva tirato fuori quella gentilezza d’altri tempi, la comprensione dell’altro, l’empatia. Lei, invece, era andata a dormire con quel senso di vergogna: capriole appassionate nel letto.

Sarebbe andata avanti cosi per giorni. Lei che arrossiva e lui che andava via.  Sopratutto l’ultima volta. Di nuovo la lettura e il battito accelerato ai primi passi, che ormai erano anche i suoi. Ogni singolo passo, lo sentiva nella pancia, era una emozione che le accarezzava dolcemente il ventre e la sorprendeva, come un piccolo sussulto. Lui si era avvicinato leggendo quello che lei leggeva. E lei, era impazzita. Non ricordava nemmeno se gli avesse detto o meno ciao. Gli aveva chiesto una mano per rispondere ad una email. Si era incartata su un modo di dire per ringraziare di un aggiornamento riguardo ad una richiesta di lavoro. Lui carinamente si era avvicinato, con la solita calma e la sua pelle di sole. Sentiva il calore del suo corpo su di lei e allo stesso tempo il suo imbarazzo. Aveva la pelle del colore di un giorno d’estate e del cioccolato che si scioglie sulle papille gustative, come un brivido. Una voce piccola e cauta. Non riusciva a capire la sua sensualità, non poteva leggerla in un corpo figlio di un altro sistema culturale. Pakistan. Per quanto si sforzi la globalizzazione, a volte i segnali del cuore e della passione rimangono unici, stampati in modo personale nel proprio vissuto culturale. Lei lo aveva ringraziato, quasi per dire allontanati adesso, non reggo questa emozione, non la so gestire. Lui, anche questa volta era andato via in modo garbato. Era tornata paonazza al PC, ma ormai la concentrazione la aveva salutata. Otto meno un quarto. La biblioteca aveva annunciato l’imminente chiusura. Lei rigirava nei suoi pensieri per trovargli un senso, ma andavano veloci e confusi. Qualcosina le sembrava però di poter prevedere. Si, sarebbe andata cosi. Sarebbe scesa, lo avrebbe di nuovo trovato seduto, ad aspettarla, cellulare o carta e penna a portata di mano. Lui la avrebbe fermata per parlarle, le avrebbe chiesto il numero e avrebbero parlato e amato e riso tra sms, email e appassionate telefonata d’amore. Era appena uscita dal bagno e con passo lento sulle scale osservava verso l’uscita per provare ad intravederlo. Nulla, non c’era, si era cosi girata, legnosa, verso uno degli spazi di relax, prima dell’uscita. Lui era li, la osservava, lei era in un manto di confusione. Una parte del suo corpo andava verso di lui, una altra usciva e una altra tornava indietro. Lo aveva salutato con la mano e lui le aveva detto un chiassoso ciao. Non ricordava se si fosse o meno fermata. Mentre ricordava chiaramente che era rimasta sorpresa dal fatto che la sua fantasia non si fosse avverata. Forse si, forse si era fermata ad aspettare che quel sogno diventasse realtà. Aveva fermato per qualche istante gli occhi su quel quadro che non rappresentava assolutamente quello che lei aveva immaginato. Lui non era vicino, era piuttosto lontano e non era solo, era con altri due uomini. Aveva ripreso a camminare ed era uscita quasi arrabbiata che la realtà non si fosse piegata ai suoi desideri. La nuvola di confusione la avvolgeva stretta e aspettava l’arrivo dell’autobus, guardando e credendo anche questa volta nella favola del principe che esce da castello solo per lei. Nessun principe, nessun castello, solo l’imbarazzo di una donna-bambina che ancora non ha imparato a giocare con le emozioni. Si domandava, mentre l’Oyster batteva sul verde, che forse non bisognava fermarsi ed aspettare, ma semplicemente andare e riprovare e sciogliere la nebbia intorno e vivere.  Salire sul bus e imparare a fare, aspettare, vivere, riprovare, dare voce alla realtà.

Aveva deciso, avrebbe fatto passare un po’ di giorni per smaltire l’imbarazzo. Per ora, ce ne era già abbastanza.

Molti giorni piovosi su Londra e i giorni che passano sulla vita che non fa pause per nessuno, nemmeno per lei. Girava con lo sguardo per la biblioteca. Aveva aspettato troppo, per oltre un mese aveva interrotto i suoi sabato di relax e cambio lavoro nella biblioteca: lui non c’era più. Avrebbe voluto avere un dialogo a cuore aperto con la vita, chiedendole perché non le aveva concesso ancora un altro po’ di ansia, di vergogna, di overthinking, di batticuori e di speranza. Dove sei ragazzo dalla pelle di sole, si chiedeva. Dove saranno andati i tuoi occhi di bambino? La aveva avvertita che anche lui cercava un nuovo lavoro e che se chiamato avrebbe accettato. Ma perché non si era fatto avanti nemmeno lui? Lo avrebbe dimenticato, si era seduta, ripetendoselo, su una comoda poltrona vuota, mentre gustava l’odore della pioggia di Silvi Marina sull’asfalto di Londra e il colore verde calmante delle foglie verdi che accendono di luce i palazzi mattoncino che vedeva davanti a sé.  Non aveva più voglia di nulla, quel batticuore infantile e dolce che le aveva riempito le giornate emotive ora non c’era più. Si era alzata e si era diretta nella sezione arte, per svagarsi un po’. Aveva preso il libro di Seurat ed era tornata a consolarsi con una “Domenica alla Grande Jatte”. Il suo quadro preferito che la portava ogni volta in una armonica tranquillità. Lo osservava e con lo sguardo domandava a quelle donne, cosi calme e ferme, se avrebbe mai rivisto il suo ragazzo dalla pelle di sole. Chiedeva insistente facendo rimbombare la domanda tra i suoi pensieri e nel farlo, una accenno di sonno le faceva abbassare le palpebre. Rapido, da un accenno era passato ad un sonno. Lei aveva poggiato la testa sul grande libro, ancora con l’indice puntato sulla donna con l’ombrello. La pagina da patinata aveva ora un tratteggio di umidità. L’indice di lei, sfiorava il pollice per capire cosa fosse. Acqua. Poi calore. Aveva aperto gli occhi e un respiro affannato e lungo e intenso la aveva pervasa ed aiutata ad affrontare lo stupore. Si era stropicciata gli occhi, mentre un sorriso sgargiante le tirava le guance. Era li’ per davvero, era entrata nel quadro. Il silenzio dell’assurdo e il rumore della vela della barca nel lago la cullavano e ad ogni istante si aggiungeva un altro suono. Era immensa nel colore intenso del pittore, ne cercava segnali caratteriali, avrebbe voluto scrutare un po’ di lui nei dintorni. Dove si nasconde la tua storia personale? Dove è il segreto che vuoi nascondere? Forse lo conoscono i tuoi personaggi? Forse tra di loro si nasconde il tuo amore? Mentre scrutava con gli occhi i tratti di quelle donne restie a sguardi estranei, dei passi si avvicinavano e la riportavano alla realtà. Ad ogni passo percepiva sempre di più la soglia tra sogno e realtà: il breve sonno le aveva regalato una insolita avventura, ora era sveglia. Di nuovo le era passato accanto quell’uomo che non era lui. Di nuovo lui, per la terza volta! Non potevano essere semplici segnali del destino, la terza volta non poteva essere una casualità. Voleva sostare ancora per poco nell’illusione del forse tornerà, forse lo rivedrò. Un altro giro, altri passi sconosciuti. Ancora, non era lui. La sera era scesa sull’altoparlante che annunciava l’imminente chiusura della biblioteca e con fare arrendevole era tornata a casa. Quale casa poi? Si chiedeva se quando si lascia la propria casa, quella familiare, sia possibile trovare un altra casa da considerare un rifugio sicuro. E sopratutto se potesse esserci un rifugio sicuro oltre il proprio io. Con pensieri pesanti nella testa, chiamava un amico per distrarsi.”Perché non chiedi che fine ha fatto?”. Una domanda semplice, una soluzione semplice, eppure su quella soluzione semplice fornita dal pratico amico lei aveva fatto volare, planare alto il tempo. Una settimana dopo, aveva preso il coraggio di chiedere. “Lavora ancora qui o ha lasciato il lavoro…?”, chiedeva a quell’uomo che le aveva portato via il suo ragazzo dalla pelle di sole. Lui la aveva fissata con fare tenero e interrogativo, per scrutare il perché della domanda e poi secco e quasi arrogante aveva tirato fuori il suo verdetto: “No, non ha lasciato il lavoro, è tornato a Dubai, dalla moglie”. Le parole le sgorgavano veloci dalla bocca per nascondere l’imbarazzo, una dietro l’altra in fuga, in un disperato tentativo di nascondere quanto il suo sogno fosse crollato, eppure era bastata la memoria a sottolineare una parola, in modo ripetitivo: ..”. no, non ha lasciato il lavoro…”. Ergo sarebbe potuto ritornare. Il suo sogno poteva continuare. La sua era una illusione che aveva bisogno di riposare per trovare una sua realtà. Aveva bisogno di tempo e di nutrimento per accogliere la sua vera natura.

Il suo inconscio le aveva fatto eliminare la parola moglie, che nei giorni successivi continuava però a ripetersi nella sua mente. Moglie, il primo giorno, sposato, il secondo giorno, figli,il tezo giorno, stronzo, il quarto giorno, inganno, il quinto giorno, marito, il sesto giorno, cretina, il settimo giorno.

La trafila di parole le aveva attraversato la mente fino a convincerla, lui non sarebbe più tornato. Si, era una cretina.

La vita a Londra intanto la sballottolava tra interviews in preda all’ansia, passeggiate kilometriche con gli amici e birrette del venerdì sera. Ansia, si. A Londra ansia è una parola chiave, soprattutto a Camden Town. Non fumava da anni e francamente non le piaceva nemmeno l’effetto della cannabis su di lei, appunto le dava ansia. Una passeggiata a Camden Town tra il venerdì e la domenica, le bastava per far riaffiorare tutte le ansie di una vita. Quell’odore acre le si conficcava nelle narici, e le lasciava l’amaro in bocca e il batticuore da overthinking.

Il pensiero del ragazzo dalla pelle di sole era ormai lontano.

Aveva un appuntamento presso la Camden Library alle 11, con un job coach. Chiacchieravano di lavoro, strategie e passioni comuni. La struttura della library le ricordava una fabbrica italiana anni 50’, ascoltava e si guardava intorno curiosa. David aveva la passione per la scrittura e stava scrivendo un play per il teatro. La avrebbe aggiornata. Con un reciproco finger crossed augurale per il loro futuro, si erano stretti la mano per salutarsi. Per uscire, aveva da poco superato una libreria che separava la sala lettera dalla reception e appena girato l’angolo i suoi occhi e quelli del ragazzo dalla pelle di sole avevano fatto click. Era lui, lo aveva ritrovato. Si era avvicinata, si erano salutati, lui le aveva chiesto come stessero i suoi gatti e le aveva detto che ormai lavorava li. Non c’era nessun batticuore ad ostacolare le parole. Nessun imbarazzo. Lei aveva la lucidità di esplorare il suo viso e studiava con lo sguardo la sua pelle distesa e il fare gentile di sempre.  Non c’era più quella sensazione, quell’emozione, si era appiattito tutto, come se il mondo da tridimensionale fosse diventato bidimensionale. Aveva salutato quelle figure di cartone e con passo accelerato e felice aveva preso a camminare sulla Camden High Street con un pensiero stretto nel suo futuro abitare il mondo: “la vita cambia gli scenari, il cuore fa la regia”.

 

A Groundhog Day – How to write an outstanding character arc

‘Groundhog Day’ is a comedy drama film made in 1993 that tells a story of a man who, due to a mysterious mechanism that makes him living the same day over and over, learns that sharing is the key for a good life and of course, to find the love!

The entire plot can be read in here

On a screenwriting point of view ‘Groundhog Day’, written by Danny Rubin , and Harold Ramis  is a character driven film. In particular, it shows very well how to develop a romantic comedy character’s transformational arc, to cite the Dara Marks’s theory.

A screenplay is a text made by an unstoppable chain of scenes, thorough whom the character evolves.

In that way, the main protagonist of the film, is the arrogant Pittsburgh TV weatherman Phil Connors. Bill Murray plays this character who lives a journey that changes him via a series of specific reactions to specific situations, as explained below.

The drama has a three act structure where the first act introduces the characters and outlines the subject matter and plot. In Groundhog Day’s first act, Phil is introduced like a very unfriendly person. In fact, the scenes in here are written in a way that shows him exhibiting bad behaviour with the people surrounding him.

The second act shows the problem introduced in the first and how the main character copes with it. In our case, during the second act, Phil experiments himself thorough obstacles and choices learning the principles that he will able to use as a lesson in the third one. In that way, most of the scenes are about how he lives the time loop situation, driven by his fatal flaw (for a fatal flaw meaning see Dara Marks’ theory).  We could say as well that Phil have to learn how to cope with his inner problem whilst he faces his exterior problem, because both of them are preventing him to reach out what he wants (inner problem=to be open to and trust others / exterior problem=to overcome the Time loop situation and conquer the young producer Rita).

The third act resolves all the situations that has been told about previously. In the third act, all the questions asked in the first act and developed in the second one are resolved. In Groundhog Day’s third Act, Phil has learnt a lesson and comes back to his life like a new person.

The screenplay is made by a limited number of scenes therefore it is necessary to make ‘narrative economy’. Some key scenes, the ones that I underline later on, from act One and act Three show how characters change in a very simple and practical way. In Phil’s case, the evolution is from being a selfish and self-centred man to a caring, friendly and sociable person (from STAGE A to STAGE B). A film comprises of images so, in that sense, I would suggest to focus on the following scenes when watching the movie to appreciate the powerful, dramatic and visual way the main character evolves. I would suggest watching the movie first and then going back to re-read the article.

FIRST ACT

STAGE A

The meeting with the man in the hotel’s hallway

The meeting with the homeless man

 

The meeting with the old classmate

In the third Act, there are key scenes which show how Phil now reacts in a totally different way to the same situation.

THIRD ACT

STAGE B

The meeting with the man in the hotel’s hallway

The meeting with the homeless man

The meeting with Phil’s old classmate

This protagonist’s evolution from the first Act to the third shows the transition from appearing to being. In this transition, Phil discovers and enhances himself in that he is no longer self-centred but transforms into a person who opens up to accommodate others. The screenwriters show this aspect, for instance, by making him learn to play a musical instrument, the piano, and taking up ice carving (have a look at the Rita one: amazing!). Both these activities involve connecting to others. They are about doing something that other people can share and gifting to others art and beauty.  This dynamic, dramaturgic choice sheds a light on the importance of developing deep narrative structures in writing. In this case, the whole film is structured on a deeper narrative level based on the dichotomy of the individual – society / selfishness – sharing.

This transition from a self-centred individual to a society oriented person is actually the thematic scaffolding of the entire plot. In particular, a sentence defines a ‘thematic question’ that the entire film tries to answer. Phil asks his friends at the pubs, “What would you do if you were stuck in one place, and every day was exactly the same, and nothing that you did mattered?”

Moreover, it is interesting to notice that this question is asked around the 30th minutes of the screenplay; at the first plot point, or better a time in the script where the protagonist makes his first conscious choice about how to face a situation (Syd Field – ‘Screenplay: The Foundations of Screenwriting’).

Following the decision that he has made, Phil no longer uses his time loop to conquer women, commit crimes or even challenge the death (unconsciously), but

https://www.youtube.com/watch?v=M628DuIEZ_o

has now learnt how to use his time and make his obstacle (time loop) into an ally to better himself through activities that helps others which are now his elisir, citing the Hero’s Journey Chris Vogler’s theory.

Last, but certainly not least, Phil’s transformation is shown strongly in the romantic plot line with Rita from Act one to Act three. By dating Rita after his initial ‘fake efforts’ during the second act, Phil discovers new aspects of his own personality and so does Rita who subsequently starts to see him in a new light.

The first night that the two spend together till the morning, around the end of the second act or plot point two (second conscious choice), sets up the transformation of Phil. Rita acted as a muse or a messenger to compel him to change.  The day after she is gone, the time loop is still going on but Rita has just suggested to him a pathway. Rita has shown trust in him and he now trusts her. It is Phil’s choice and responsibility now to bring what he has learnt during the second Act as a lesson to apply in the third Act. The change is about to happen.  They will sleep together for the second time in the third Act and she will still be there the morning after, when the changing will have defined and the spell will be broken.

As far as the romantic structure is concerned, it is interesting to point out that it follows a co-protagonist structure. Almost all of the romantic comedy has the same dynamics whereby both Rita and Phil play both protagonist or co-protagonist, respectively (Billy Mernit ‘Writing the romantic comedy’). This is explained because the classic romantic narrative structure wants that the couple has to overcome interior and exterior obstacles before falling for each other and that whilst changing they feed one’s change to the other one. This mechanism is shown in an exemplary manner by the brilliant and innovative Nora Ephron in her writing of ‘When Harry met Sally’

In conclusion, a screenplay is a ‘sense game’ with characters, in order to build for them a world where to live.  It is a serious game for both screenwriters and characters and as such it should be the same for us as the audience.

Groundhog Day plays as a serious game giving us a life lesson.

The film has severely challenged the character of Phill. Having said that, it has also given him a new way to approach his life as well as giving us, the audience, a message of harmony. As suggested by the song which concludes the film, the message is about how our life can be improved by sharing it with others and by caring for others (Nat King Cole ‘Almost Like Being in Love’):

“…There’s a smile on my face

For the whole human race

Why it’s almost like being in love…”

 

 

 

The lady in the Van – When the dream comes true

TRAILER
The_Lady_in_the_Van_film_posterImage source

November 2015. The First days of my marvellous permanency in London, in my thirties… (Am I old? No, of course not!) Age is a state of mind. I truly thinks so, and I do believe that Miss Shepherd could say the same while rolling down the street in her wheelchair like a child, don’t you?

THE LADY IN THE VAN Image source

I love everything about this City, even the chaos, even the endless excess! And I love the food as well. I know, I am Italian, I shouldn’t – don’t spread around that I love the weather as well –  especially when it’s raining! Boom! Better change the subject. Anyway, I love Marks and Spencer. One morning I was there as usual for my breakfast and I met a lady, in her fifties. Again, she said she’s old! At her age!? Crazy! We clicked, we started to speak. Where do you live? Where do you come from? Good exercises for my rusty English. I am Italian, I am living in the neighbourhood.  Like every exercise after a while it becomes boring. But my attention woke up when we started to speak about a spiritual way of live, without referring to a specific discipline. We discovered we both love the simple meaning of life: sharing our lives with others. She told me: “Do you know that a very nice movie was shot, recently, around here? Gloucester Crescent!”, “Really?”, I answered back convinced and pretending to understand all of what she was saying.

Despite this, I love movies, so my interest piqued while she was speaking, even though I had to do my best to keep up with what she was saying. We separated, and promised to see each other soon. While I was walking back home, I saw a poster, just outside the Odeon Theatre in Camden Town: “The Lady in the Van”. I immediately said to myself I wanted to see it and I tried to say it in proper English but no way, still rusty. So, I just thought: see it!

In the evening, the same day, my friend was waiting for me just outside the Odeon. We got in. What should I say about what I’ve seen?

Amazing! This word is good, but not enough!

What really surprised me about the movie is its ability to describe and design characters. The movie is to some extend autobiographic and talks a meeting in the posh(ish) Camden Town in the 1970s, between the writer Alan Bennet and an old (again, old?) homeless, Miss Shepherd. They start a particular relationship that flows into a strange house-sharing situation, with the writer living inside and she living in his driveway, in a van, for fifteen years!  The screenwriter is Allan Bennet himself and this movie is an adaptation from his homonymous book and play. I read the little book as well, I have to say the movie is better. The book is a kind of diary; you can’t appreciate the depth of the character’s emotion as you can do watching the movie. Apparently, these two characters look like two totally different people, but, to use screenwriting vocabulary, underneath the surface they are both travelling angels: they just have a slight sense of changing within the film’s plot but in substance they remain the same. The purpose? To show us what is the story about, to tell us as the truth, to give us a story in his reality. It tells us: life is that way, for us, it can be difficult to change. But perhaps not impossible. But so does the writer at the end using a dream sequence to add some hope to the story plot. Mr Bennet and Miss Shepherd are similar to another extend as well: they both has something to hide, they both are acting like they are actually two different people from themselves. She committed a homicide, running someone over driving away, pretending that nothing happened. On the other hand, he has for himself an alter ego so as to be able to face certain events. He said to his other self: “I write; you live”. He complains about giving too confidence to the woman.  What confidence?  Maybe just to make the effort.

lady_in_the_van_110412-0705a Image source

Regarding this last issue, the stratagem to have an alter ego to speak with, I think it is a very fascinating metaphor regarding the relationship between a writer and his writing.  A writer lives because he writes and he writes because he lives. There’s no way to just live. The writing process doesn’t ask to simply be, but, in the spirit of Heidegger, also being in the world.  But sometimes it is not possible, so you need a compromise or you need an alter ego. And so does Alan Bennet, showing us the difficulty between writing as a private way to give back a personal gaze over the world and writing from a social perspective, being in the world. Alan Bennet has described the second one. Just observing Miss Shepherd’s distress without intervening. And all the neighbourhood do the same, as well. Social Indifference, bad stuff.  A cruel but true way to tell a story. No happy endings. No fairy tales.

The same day I saw the movie, before I met the lady I told you at the beginning of this tale, a homeless guy came into the supermarket. More than one person chased him out: “We’re not a charity, go away”.

He looks at me, his hand held out to ask me for money: “Sweetheart…”. I just smiled at him. I regret I didn’t do something more. He turned back, walking away. I thought, “We are all a charity, for us and to others, we are here forced to share, it is the only way, the compassion as the only way out, but we refuse to see. We don’t choose a spiritual way. We play “the Life Game” pretending that it’s true”. I did the same. They did the same. No dreams came true. Awareness: maybe the first step to change.

Winter’s Tale – L’equazione perfetta (per me) della sceneggiatura, l’equazione imperfetta del box office!

Qualche tempo fa arriva puntuale anche per me il caro antagonista Malanno di stagione. Malanno?! Insomma! Più che altro distrutta: raffreddore, tosse, letto.  Che faccio? Ovvio, vedo che film potrei vedere. Mi ricordo che mia sorella mi ha parlato,forse addirittura il giorno prima, di un film bellissimo. “Vedilo”, mi dice. Dopo la perplessità iniziale, so che di film se ne intende, mi fido e decido di leggere la trama di Winter’s Tale.  Il titolo è adatto al periodo, pur essendo primavera, il contesto è quello invernale: Storia d’inverno.

Questo romantico film è stato uno di quelli che ho visto stando veramente dentro la storia e  non potevo non scriverne qualche fugace riflessione (da leggere dopo aver visto il film).

winter's tale

Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Winter’s_Tale_(film)#/media/File:Winter%27s_tale_(film).jpg (Theatrical release poster – locandina)

 Trama

New York, primi 900’ e nostri giorni. Nel salto temporale di quasi un secolo, resta immobile sullo sfondo la lotta perenne tra bene e male. I demoni contrastano l’azione degli angeli sulla terra: vogliono impedire agli umani di realizzare in vita il miracolo al quale sono destinati e diventare cosi angeli a loro volta (le stelle nel cielo). Il ladro professionista Peter Lake viene ostacolato da un demone nella realizzazione del suo miracolo (incontrare la donna destinata a compiere il suo destino).  Peter è all’oscuro della vera motivazione e pensa che l’inseguimento sia dovuto ad una resa dei conti “lavorativa”. Seguendo le fila del destino, Peter incontra questa donna dai capelli rossi e se ne innamora, ma contrariamente a quanto aveva creduto, il suo miracolo non si compie: lei muore.  Il Demone pensa di essere riuscito nella sua missione e per ultimare l’opera, uccide anche Peter o meglio pensa di averlo fatto. Tempo dopo… Peter  si risveglia ossessionato da un disegno che continua a tracciare ogni giorno sull’asfalto di una piazza, con dei gessetti colorati: una figura di donna con i capelli rossi e le mani rivolte al cielo. Peter ha dei flash sul suo passato, fa delle ricerche e scopre chi è stato: un uomo vissuto almeno cento anni prima. Come è possibile? Il destino si accanisce una seconda volta. Il demone ha rintracciato Peter. Nel tentativo di scappare, Peter scopre che in realtà la ragazza che doveva salvare è una bambina malata di leucemia che ha incontrato per scelta del destino nella moderna New York e che è questo il motivo del suo “blocco temporale”.  Peter la salva e come ricompensa ha il suo posto di stella nel cielo: è diventato un angelo.

Altri riferimenti trama

http://bostonianlibrary.blogspot.it/2014/02/recensione-storia-dinverno-di-mark.html

Cerco la trama sul web e la casualità, causalità, sincronicità per dirla alla Jung, mi riportano a lui: Akiva Goldsman.  Uno dei miei sceneggiatori preferiti. Ed ho avuto la fortuna, da ventenne studentessa di sceneggiatura presso la UCLA (corso estivo) di ritrovarmi, passeggiando sulla Hollywood Boulevard, sul set di uno dei suoi film, o meglio uno dei suoi film Wow: Io sono leggenda.

 

legend 2    legend 1     legend 3

https://twitter.com/?lang=it

akiva phrase

Fonte: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=801387143280583

Winter’s Tale, del quale ne è appunto sceneggiatore e regista debuttante Akiva Goldsman, è una love story, una favola, un film benconfezionato: storia, regia, fotografia, costumi, attori, location. Il Plot  segue la classica struttura in tre atti. Dicendo questo non voglio sminuirlo, ma metto in premessa le note positive, per esaltare quelle eccellenti.  Quello che mi ha davvero colpito guardandolo è infatti  il suo essere una sceneggiatura pulita, senza sbafature ma con netti chiaroscuri, per non dire addirittura bianchi e neri. Tutto è giocato sulla semplice dualità, sul gioco degli opposti e non c’è nessuna informazione di troppo a disturbare, né di plot né di characters. La storia ha un fortissimo impianto favolistico, innestato su una ambientazione storico realistica, ma chiaramente delineata, senza dare quindi una pretesa storica ma adagiando delle pretese di verosimiglianza nella New York primi 900’ e nella New York dei nostri giorni.

Su wikipedia si dice che il film ha ricevuto valutazioni negative e che (sorprendentemente per me), su un budget di realizzazione pari a 60 milioni, ne ha incassati la metà, più o meno.  Francamente, non capisco! A me la storia ha emozionato molto ed ho trovato la sceneggiatura semplice da seguire, molto ben delineata, asciutta.

MarkHelprin_WintersTale

http://en.wikipedia.org/wiki/Winter’s_Tale_(film)

Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Winter’s_Tale_(novel)#/media/File:MarkHelprin_WintersTale.jpg

(first edition cover – prima immagine di copertina)

Questa precisione matematica, che si ritrova spessissimo nella sceneggiatura americana, l’ho trovata concretamente nel film in alcune scelte, passaggi, dettagli del racconto, resi e selezionati dal romanzo (presumo) dallo sceneggiatore, con la funzione di ancore simbolico – drammaturgiche. Di seguito una piccola scheda che a mio parere le illustra (in modo veloce e sintetico riporta gli elementi che hanno colpito e guidato me nella visione, come ancore drammaturgiche).

Linearità nel tratteggiare i protagonisti e la loro evoluzione LUI LEI ANTAGONISTA
Chi è Peter Lake Beverly Penn Pearly Soames
Cosa vuole / oggetto di valore Sia nel passato che nel tempo presente (del film) cerca la sua identità Vuole vivere Vuole impedire che avvengano miracoli
Conflitto- obiettivo  esteriore Bene/male (angeli-demoni) Vita/morte Bene/male (angeli-demoni)
Conflitto-obiettivo interiore Non sa chi è, non sa cosa vuole. Vorrebbe vivere ma sa che morirà a breve di consunzione. Non può vivere, è bloccata e ferma nell’idea della malattia. Dimostrare il suo potere
Oggetti – soggetti – valori simbolici guida/ semina delle informazioni Questi 4 elementi sono dei produttori di vita, ossia concedono al protagonista di vivere e di salvarsi.
City of justice È la targhetta che è sulla nave che porta in salvo il neonato Peter ed è la targhetta con la quale Peter elimina  il demone che prova ad ucciderlo.
Cavallo bianco E’ l’intervento divino,  l’alleato che salva  sia lui  che lei dall’attacco dei demoni, e che salva la piccola bambina e la madre, cosi come Peter, sul finale del film.
Tazzina E’ l’oggetto che fa da collegamento con il passato, che simboleggia quell’attimo di intimità che serve nella storia per dire che i protagonisti si sono amati, anche se lei non era il suo miracolo. Salva la verità e l’essenza del suo/loro amore e quindi del “filo rosa” del film. La ragazza dai capelli rossi muore per lui, per dirgli di vivere per realizzare il suo miracolo, il miracolo al quale il loro amore ha dato vita. La vita di Peter ha un altro destino, lei muore per dimostrare a lui che la sua vita deve prendere un’altra direzione. Lui onora questo destino.
Bambina (le due bambine del film) Cosi come il cavallo, la bambina è un alleato: mostra la via di accesso al miracolo, suggerisce e dona la salvezza

Rimane il mistero degli incassi e rimane fortunatamente anche il grande regalo che mi ha fatto questo film, mi ha fatto sognare, sperare, illudere, sorprendere, amare la tessitura bellissima della sua sceneggiatura. Mentre lo sceneggiatore/regista la scriveva la moglie è morta di infarto, e questo film appare chiaro come un ultimo grido d’amore per lei, una bellissima dedica d’amore eterna. Non riesco  a non dire grazie per un tale grande regalo di condivisione con noi pubblico. Leggendo le varie recensioni online scopro che il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo del 1983, scritto da Mark Helprin, libro che presto leggerò, un libro corposo di 845 pagine, diviso in quattro parti. Sono sempre più in estatica ammirazione verso l’indubbio talento di Akiva e sempre più curiosa di leggere il libro. Ora mi spiego ulteriormente le ancore che mi son  ubito balzate alla mente. Erano assolutamente necessarie.  Francamente, sempre leggendo online, anche su siti piuttosto attendibili ed accreditati, rimango sempre più stupita dall’ingenuità dei commenti, come le critiche sull’assenza di “spiegoni”, ad esempio perchè non si capisca come il cavallo prima fosse un cane, insomma come mai non ne viene data una spiegazione esaustiva. Una sceneggiatura è un costrutto, una architettura narrativa che si muove all’interno di 120 pagine/minuto, dove ogni scena deve essere ben collegata all’altra tenendo conto delle informazioni che si danno sull’evoluzione della trama e dei protagonisti. Dovendo fare economia, ma veramente è importante dire che il cavallo prima era un cane bianco scendendo nei minimi dettagli? Ma veramente non è interessante e matematicamente pulito come lo risolve? Ci fa capire che era un cane dall’affermazione di disprezzo del demone rivolta al cavallo, chiamandolo cane e sottolineando, nel farlo, il carattere epico, o meglio mitologico (es: le divinità greche che si presentano sotto altri aspetti) della trasformazione. Bellissime scelte tra sovraffollamento narrativo e necessità di fare economia. Trovo inoltre perfetto, cosa difficilissima da rendere, l’equilibrio sempre precario per sua natura tra fantasia e attualità (realismo magico), come lui stesso afferma:

https://www.youtube.com/watch?v=pLios1LgpY4

Guardando anche questa intervista emerge abbastanza il suo metodo di lavoro:

https://www.youtube.com/watch?v=uyW33-fJOJ4

A mio modesto parere il problema risiede nel mezzo scelto ossia il big screen, forse con una miniserie in quattro puntate, avrebbero fatto boom! Per il mercato, per me è già boom cosi!

Magical…!

winter's tale - the party

Fonte: http://blog.screenweek.it/wp-content/uploads/2014/01/storia-d-inverno-jessica-brown-findlay-e-colin-farrell-trailer1.jpg

twitter

@iolandabarbati

700 film rari gratis online: Tarantino, Wes Anderson, Nolan, George Lucas.

Tanti origini del genio e non solo… Per Cinema Amatori e non solo:)

controcultura90

Il sito Openculture (progetto online che si occupa di promuovere la libera circolazione di opere di qualsiasi tipo attraverso Internet o altri media) ha ricercato e messo online tutti i film liberi di diritto, e tra di essi figurano alcune rarità. Tra loro infatti ci  sono le prime opere di registi ormai famosi, come My Best Friend’s Birthday (1987) di Quentin Tarantino, Bottle Rocket (1992) di Wes Anderson, Doodlebug (1997) di Christopher Nolan e il terzo cortometraggio di George Lucas, realizzato ancora quando era studente. Tra gli altri, c’è il cortometraggio originale di Frankweenie (1984), che qualche anno fa è stato oggetto di un remake compiuto dallo stesso Tim Burton.

Frankenweenie

Tra gli altri, sono disponibili alcuni filmati di propaganda, come l’originale Titanic del 1943, girato da registi nazisti (no, non credo ci sia DiCaprio), o The Spirit of ’43, della Disney con un folle Paperino contro il Terzo Reich.

paperino

E…

View original post 34 altre parole

The Hero’s Journey: per non perdersi nel viaggio

Casa fa e cosa accade al protagonista di una storia quando sceglie o è costretto ad intraprendere un viaggio?                           

Di seguito alcuni spunti/ appunti da “Il Viaggio dell’Eroe” (ovviamente uno dei libri che amo).

L’eroe intraprende un viaggio alla fine del quale ne uscirà cambiato

L’eroe parte da un 1 MONDO ORDINARIO, del quale ne ha conoscenza e che rappresenta la sua realtà. Riceve  2 UNA CHIAMATA ALL’AVVENTURA, una forza che spiega che non è più possibile rimandare , una situazione che definisce l’inizio dell’avventura e scombussola le sue sicurezze, è qui che al pubblico si pone la domanda se l’eroe cambierà, questa è la fase che illustra e dà all’eroe la potenzialità o la proposta potenziale del cambiamento. L’eroe, come tutti, è riluttante a cambiare, ha paura di andare verso l’ignoto e 3 RIFIUTA LA CHIAMATA. Interviene un archetipo ad incoraggiarlo e infatti l’eroe 4 INCONTRA UN MENTORE che lo aiuta a varcare o meglio dal quale acquisisce la forza per 5 VARCARE LA PRIMA SOGLIA.

Lungo il cammino l’eroe viene messo alla prova, è entrato nel mondo Stra-Ordinario e deve superare dei test che consistono nel

superare 6 PROVE, farsi degli ALLEATI  e vedere in faccia o scoprire i propri NEMICI.  Questo percorso lo porta a 7 L’AVVICINAMENTO ALLA CAVERNA PIU’ RECONDITA, ossia la fase in cui avvengono i preparativi per affrontare la successiva 8 PROVA CENTRALE, dove l’eroe si trova nella cosiddetta pancia della balena, affronta le forze oscure e  ha la sua prima esperienza di morte affrontando una situazione per lui tremenda, in cui sembrano essere perduti i suoi obiettivi, dove sembra non potercela fare. E invece  sopravvive alla morte e ottiene una 9 RICOMPENSA (conquista della spada), tramite la quale viene consacrato come eroe. Ora può proseguire il cammino e intraprendere 10 LA VIA DEL RITORNO  per raggiungere il suo obiettivo. Ma paga la pena di aver sfidato le forze oscure nella fase centrale, infatti viene inseguito ed è qui che acquisisce la consapevolezza che è pronto per tornare al mondo ordinario e sa che deve lasciarsi  il mondo stra-ordinario alle sue spalle. Prima di riuscirci, però, lo attendono altri pericoli tentazioni e prove.  Infatti affronta la battaglia finale o decisiva contro le forze che lo inseguono ma miracolosamente dopo una seconda esperienza di morte sopravvive vivendo una 11 RESURREZIONE che lo rende una persona nuova. L’eroe torna quindi al mondo ordinario ma 12  RITORNA CON L’ELISIR, ossia una pozione, un insegnamento, che farà vivere al meglio nel mondo ordinario non solo lui, ma anche coloro che lo circondano.

Archetipi o funzioni

1

Eroe

2

Mentore

3

Guardiano della soglia

4

Messaggero

5

Mutaforme

6

Ombra

7

Imbroglione

1  Eroe

Dal greco la cui  radice etimologica  significa proteggere e servire o sacrificio di sé stessi.

Funzione  psicologia

Rappresenta ciò che Freud chiama io.

Funzione drammaturgia

Identifica colui che porterà a compimento una azione in nome di uno scopo.

2 Mentore

Di solito una figura che istruisce e aiuta l’eroe.

Il termine deriva dall’Odissea e fa riferimento alla vicenda di Atena quando assume le sembianze di Mentore per aiutare Telemaco nella battaglia contro i Proci.

Funzione psicologica

Rappresenta L’io superiore,  in termini freudiani il Super io, e quindi l’insieme delle norme che stabiliscono il giusto, il modo più saggio per agire.

Funzione drammaturgica

Insegnare ed istruire.

3 Guardiano della soglia

E’ spesso la spalla del cattivo, sorveglia l’accesso ad un luogo.

Funzione psicologica

Rappresenta i nostri demoni interiori, le nevrosi, gli ostacoli che riaffiorano ogni volta che si intraprende il cammino di un cambiamento, per verificare se siamo veramente disposti ad accettare la sfida del cambiamento.

Funzione drammaturgica

La verifica dell’eroe. Sfidano e mettono alla prova gli eroi, lungo il cammino.

4  Messaggero

L’arrivo del messaggero, coincidente spesso con la fase del richiamo all’avventura, crea disordine nel mondo ordinario o meglio fa prendere coscienza all’eroe della inutile staticità della precedente situazione in cui provava semplicemente a cavarsela. Il Messaggero illustra  all’eroe la possibilità di poter riscattare la propria vita o quella altrui.

Funzione psicologica

Assolve la funzione psicologia di annunciare la necessità di un cambiamento.

Funzione drammaturgica

La comparsa del messaggero innesca la storia, dà una motivazione all’eroe, avvisa eroe e pubblico che il cambiamento e l’avventura stanno arrivando.

5 Mutaforme

Funzione psicologica

Assolve la funzione di mettere in scena la necessità per l’eroe di accedere a delle zone rimosse, in particolare a quelle che Jung definisce animus e anima, dove animus rappresenta l’elemento maschile nell’inconscio femminile, mentre anima l’elemento femminile nell’inconscio maschile.

Funzione drammaturgica

Creare dubbi, incertezze e suspence nella storia. Sedurre o confondere l’eroe.

6 Ombra

Funzione psicologica

Rappresenta le psicosi che non solo ci ostacolano, ma minacciano di distruggerci.

Funzione drammaturgica

L’ombra ha la funzione di sfidare l’eroe e dargli un degno rivale da contrastare. Crea conflitto e rivela il meglio dell’eroe. La qualità di un racconto è pari all’efficacia del cattivo, perché un antagonista forte porta l’eroe a dimostrarsi all’altezza di una sfida.

7 Imbroglione

Funzione psicologia

Mostra all’eroe i suoi limiti, riportando l’oggettività in modo goliardico, quasi un invito a non prendersi troppo sul serio

Funzione drammaturgica

l’intermezzo comico, spalla per l’alleggerimento comico

Fasi e ruoli degli archetipi lungo il viaggio

1 Mondo ordinario

Cosa illustra, esplora e mette in scena?

– Presentazione del personaggio-eroe;

– L’identificazione con i bisogni universali che stabilisce un legame tra pubblico ed eroe;

– La storia parte da una mancanza a cui segue una conquista o una riappropriazione;

– Difetto fatale o fatal flaw  – Hybris;

– La posta in gioco cosa conquisterà o cosa perderà l’eroe;

– Antefatto, back story ed esposizione-meglio centellinare per creare un puzzle emozionale;

Il mondo ordinario è il luogo dove fissare il tema della storia, il collante di una storia, ossia una affermazione o un presupposto fondamentale che esprime la visione dello scrittore su un aspetto della vita esplicato nella storia raccontata.

2 Richiamo all’avventura

E’ il momento che mette in moto la storia. Il richiamo può avvenire sotto forma di messaggio o messaggero. Il messaggero può essere una figura positiva negativa o neutrale e spesso l’eroe può trovarsi in difficoltà nel capire se dietro la maschera ci sia un nemico o un alleato.

3 Rifiuto del richiamo

Gli eroi che accettano l’avventura possono essere ostacolati dai guardiani della soglia.

Un eroe esita sulla soglia, e questa esitazione prende il nome di rifiuto, che può essere illustrato o rappresentato dal guardiano. L’eroe a questo punto affronta e mostra al pubblico i limiti fisici o interiori che dovrà affrontare per mostrare e far comprendere al pubblico le difficoltà delle sfide che dovrà affrontare.

La paura viene superata e viene messa da parte, spesso con l’aiuto o l’intervento di un mentore.

4 Incontro con il mentore

I mentori rafforzano la mente dell’eroe  e lo spingono verso la fase successiva.

5 Varcare la prima soglia

Il varco della prima soglia  è un atto di volontà in cui l’eroe impegna tutto sé stesso nell’avventura. La prima soglia è il primo punto di svolta, e il primo atto di volontà pura. Anche qui l’eroe può incontrare l’ostacolo dei guardiani della soglia che ancora una volta mettono a dura prova la sua volontà. Siamo quindi alla fine del primo atto.

6 Prove – alleati – nemici

Entriamo nel secondo atto: un periodo di ambientazione in cui l’eroe affronta delle prove. Le prove possono essere la continuazione dell’addestramento del mentore. Molti mentori accompagnano i loro eroi fino a questa fase dell’avventura, preparandoli per le situazioni future.  Qui l’eroe può incontrare delle trappole, spesso disseminate dall’ombra che l’eroe deve aggirare o affrontare, seguendo gli insegnamenti del mentore.

Alleati e nemici. L’eroe apprende le nuove regole del gioco e i personaggi si esplorano e il pubblico impara qualcosa di più su di loro.  Questa fase permette all’eroe di accumulare potere e informazioni per essere pronto ad entrare nella  fase successiva.

7 Avvicinamento alla caverna più recondita

L’avvicinamento può essere un momento di ulteriore ricognizione e di raccolta di informazioni, oppure di preparazione per la Prova centrale. L’avvicinamento alla caverna è il luogo limitare tra vita e morte, qui viene alzata la posta in gioco e va evidenziata la corsa contro il tempo e quindi l’urgenza drammaturgica dell’azione. E’ anche il momento per riorganizzare una squadra.

Nell’avvicinamento, che rappresenta appunto un avvicinamento al punto di massima tensione agita e vissuta, la tensione deve essere alleggerita ed è per questo che in questa fase si ricorre all’intermezzo comico, anche perché dopo, nella fase centrale si avrà un picco drammaturgico. Qui spesso si indossano i panni dei guardiani per aggirarli: lo spaventapasseri si fa coraggio e usa la forza … abbiamo ancora una volta un forte atto di volontà.

8 La prova centrale

E’ il momento di morte e rinascita. E’ l’evento principale del secondo atto, da non confondersi con il climax, che è invece il grande evento del terzo atto.  Vogler dà ad esso il nome di Crisi, ossia il punto di massima opposizione delle forze ostili. L’eroe affronta l’Ombra o le Ombre. Qui  si mette il luce l’insegnamento per cui per rinascere c’è bisogno di una morte apparente delle protesi inutili del passato di cui non si ha più bisogno. L’eroe qui rinasce fisicamente o psicologicamente e niente potrà essere più lo stesso. La crisi può essere anche ritardata in coincidenza con quello che altre teorie, ad esempio Syd Field, definisce “secondo turning point”, un’altra svolta della storia, che introduce nel terzo atto. Nel caso di Vogler la prova centrale coincide con la separazione netta  e a metà dell’intero arco della storia, ponendo un punto di rottura netto tra prima e dopo. In entrambi i casi comunque deve essere sottolineato il momento di morte a cui segue una rinascita. Crisi, infatti, deriva da una parola greca che significa separazione.

La prova centrale è quindi anche  il momento in cui l’eroe affronta la sua paura più grande, è il momento dell’apoteosi secondo la filosofia dalla tradizione greca: l’esperire la morte, l’esperienza della morte non è limitata all’essere momentaneamente posseduti da un dio ma fa salire sul trono di  un Dio. Nel caso dell’eroe teso alla salvezza del bene sociale o comunitario, è il momento in cui l’eroe rischia la propria via per il loro bene e per questo conquista il diritto di essere chiamato Eroe.

Gli eroi hanno sperimentato la morte e possono ritornare per raccontarla e per aver sfidato la morte ottengono

9 La ricompensa

Gli eroi sperimentano le conseguenze per essere scampati alla morte. Qui vi sono altre scene alla “conosciamoci meglio”, costruite sull’intimità del racconto dell’essere sopravvissuti ad una prova comune ed è la fase in cui l’eroe conquista la spada o svela l’inganno del mutaforme. Oppure un momento di epifania, in cui tutto viene svelato, tutto si fa chiaro. Qui l’eroe acquisisce il metaforico elisir che aiuterà sulla

10 Via del Ritorno

A questo punto l ’eroe si trova di fronte alla scelta se restare nel mondo stra – ordinario oppure fare ritorno in quello ordinario: la forza della storia dopo un fermo apparente, torna a salire.

In termini psicologici questa fase illustra la determinazione dell’eroe nel tornare all’Ordinario.  Grazie agli insegnamenti acquisiti vi torna più forte, anche se ha timore che non verrà compreso, un po’ come gli schiavi della caverna di Platone.

Ma per mettere in pratica i doni deve condividerli tornando nel mondo ordinario, quindi non ha scampo: …”he has to come back”…

L’eroe torna quindi all’avventura.  La via del ritorno segna il passaggio dal secondo al terzo atto. E’ il secondo T.P. (turning point) o crisi ritardata.

E’ un punto di svolta e come per la prima soglia può creare un cambiamento di obiettivo della storia. Gli eroi sanno che le ombre non sconfitte del tutto nella prova centrale possono tornare all’attacco.   Spesso a questo punto si rimettono in moto perché inseguiti.

E’ la fase in cui per un momento tutto sembra perduto. Ancora una volta qui viene messa a dura prova la determinazione del’eroe nel tornare a casa con l’elisir, per le difficoltà che si prospettano, per le tentazioni del mondo stra-ordinario, e le prove che lo aspettano.

Sulla via del ritorno l’eroe raccoglie tutto quello che ha imparato, guadagnato o rubato e si prefigge nuove mete, scappare, andare incontro a nuove avventure o tornare a casa.

Ma prima di decidere deve affrontare una ennesima prova, l’esame finale del viaggio, ossia

11 La resurrezione

E’ l’ultima prova a cui vanno sottoposti gli eroi per vedere se hanno imparato la lezione appresa nella prova centrale del secondo atto. Questo punto di resurrezione coincide con il Climax e come per la crisi, la prova centrale a metà secondo atto, gli eroi devono sperimentare un ulteriore momento di morte e rinascita. Deve essere creata una  nuova personalità che sia l’unione della prima, quella dell’Ordinario e quello dello Stra – ordinario e quindi delle lezioni apprese lungo il percorso. Per ottenere questo, l’eroe deve essere purificato, e poter cosi risorgere, con lo scopo di portare a casa la saggezza acquisita.

L’eroe sarà veramente cambiato?

Qui l’eroe affronta l’ombra in uno scontro finale e decisivo e la posta in gioco è ora massima: uno scontro o una scelta difficile, in cui tutta la volontà è in gioco, tutto è nelle mani dell’eroe.

A livello di scrittura l’effetto è tanto emozionante quanto il climax avviene su più livelli, mentale, fisico ed emozionale: una azione che innesca un climax emotivo e su più subplot.

Per concludere, la resurrezione è  il momento della catarsi, ossia una purificazione emozionale che è il climax dell’arco di trasformazione del personaggio (Il soldato cambia e decide di aiutare gli abitanti). Per coloro che superano questa esperienza di morte avviene

Il ritorno con l’elisir

Ritorno con l’elisir significa sperimentare quanto acquisito nell’avventura e riuscire a superarne gli ostacoli e le conseguenti ferite facendo ricorso a ciò che si è appreso per “muoversi” nell’ordinario.

Nel ritorno vengono sciolti tutti i nodi drammaturgici, i conflitti. Vengono risolti i vari subplot e gli interrogativi sollevati nella storia.

…. THE END 

Quanto sopra è un sunto/appunti del libro “Il Viaggio dell’Eroe”, Chris Vogler, edito da Dino Audino.

past poetry mood

E non lasciare respiro al tempo,
ma soffocarlo con la presenza dell’essere!|
Anticipare il mondo con il pensiero,
ancestrale ermes del corpo,
vivere e morire di vincita,
Spiegando il giro di sorrisi,
brutti, amati, numeri,
alla prossima esistenza di disfimero.

febbraio 2005