DARA MARKS E L’ARCO MAGICO. Il sogno possibilista del personaggio e della vita?

Cambiare la vita in un arco ? eh sì,  si può fare! Nel libro “L’arco di trasformazione del personaggio”, ma forse anche nella vita, se si vuole. Percorrere il proprio arco  infatti ha un potenziale enorme, e la traduzione italiana del titolo forse rende poca giustizia al possibilismo insito nel titolo originale “…The Power of trasformational Arc” – Il POTERE dell’arco di trasformazione del personaggio. Cosa è un arco? Un percorso che  permette di accedere alle parti di te che non volevi affrontare, affrontarle e scenderci a patti o superarle, per ottenere everything.

Ogni tanto il libro mi manca e vado di nuovo a trovare lui e l’autrice. Perché mi piace? Perché Dara Marks nelle sue storie e come deve essere da mercato, è una possibilista, il personaggio DEVE cambiare (dove non è un angelo viaggiatore – es. superman) e quindi quasi sempre ha la possibilità di superare i suoi limiti, in particolare il “malefico” Fatal flaw, quel difetto connaturato al personaggio e al being human, che è fatale per quello che vuoi ottenere dalla storia e dalla vita. Insomma il grillo parlante interiore ossessivo, critico e petulante che non permette di ottenere quanto si vuole.  Tanti dicono (tanti professionisti) che in sceneggiatura i personaggi bisogna farli soffrire e tanto più li si fa soffrire, tanto più saranno attraenti e il pubblico proverà pathos per loro. In questo meccanismo Dara mi sembra la meno cattiva :). Nel libro L’arco di trasformazione del personaggio, l’autrice  sceglie, ovvio insieme ad altri, una copertina illuminante:  è il personaggio che sorregge l’arco e quindi la storia.

Questo arco è infatti costituito da tappe interiori ed esteriori, (dove le esteriori mettono in risalto i limiti che il fatal flaw impone al protagonista), dove si passa da un momento di incosapevolezza/sconosciuto ad un momento di vita/rinnovamento.

Al di là di questo schema, bello perché è uno strumento di sicurezza, come una cintura di sicurezza da indossare in macchina , credo che l’’interpretazione della Marks rispecchi a pieno gli ideali di cambiamento che permeano i nostri giorni postmoderni, colmi di PNL, analisi transazionale, coaching, documentari come The Secret, insomma filosofie che inneggiano al cambiamento e al progresso come chiave di successo, felicità ed armonia per la propria vita, grazie alla consapevolezza che siamo noi a CREARE GLI EVENTI DEL NOSTRO MICROCOSMO.  Cinture di sicurezza, quindi, cosi come sogni possibilisti, che ci lasciano essere ancora bambini, all’interno dell’arco dell’adultità che ci tiene ancorati a quello che si deve e si può fare, grazie alla scelta e non al  subire passivamente.

In conclusione a questa breve disamina, o meglio semi disamina, voglio concludere con la frase di apertura del libro che mi ha colpito palesemente e rapidamente.  La sintesi, il sillogismo aristotelico, l’arte della narrazione, l’importanza della tecnica associata però sempre e solo al pathos emozionale, sono presenti nel libro  già nella frase che lo introduce che, in poche righe,  illustra il potere dell’intenzione tematica e sua risoluzione cosi come la capacità drammaturgica del sillogismo aristotelico.

Siamo animali solitari.

Passiamo la vita cercando di essere meno soli.

Uno dei metodi più antichi è quello di raccontare

una storia pregando l’ascoltatore affinché dica

– e senta interiormente –

“Si, è proprio così, o almeno è così che mi sento.

Non sei così solo come pensavi”.”

John Steinbeck 

Tra premessa e conclusione la declinazione del tema “siamo animali solitari” , che se fosse una sceneggiatura analizzata alla Marks, vedrebbe il personaggio nel primo atto solitario, nel secondo atto osservare che passiamo TUTTI la vita cercando di essere meno soli, quindi tramite subplot verrebbe mostrata questa premessa mentre tramite azioni concrete verrebbe vissuta dal protagonista che nel midpoint avrebbe invece l’illuminazione : non sono cosi solo come pensavo, se scelgo di condividere. Il fatto che sia l’interlocutore a dirlo, mette in risalto l’importanza del suplot nell’aiutare il protagonista a portare avanti le sue intenzioni e illuminare le sue scelte e conquiste.

In questo modo, nel terzo atto,  il  main character ottiene amore, o successo, o insomma quello che si era promesso di ottenere nel primo atto o meglio nel primo plot point (prima scelta consapevole del character), che ha capito in realtà di aver paura di ottenere nel secondo atto e che nel terzo, dope le ultime estenuanti lotte, ottiene.

Quale guida migliore per scrivere ed analizzare storie?

 Iolanda Barbati

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