IL RAGAZZO DALLA PELLE DI SOLE

Londra – Swiss Cottage Library – 2016

Sulla sua camminata di presunta donna e andamento da bambina si trastullava nel pensiero del ragazzo dalla pelle lucida e gli occhi solari. Occhi espressivi, seri, poi luminosi, poi di nuovi seri. Si poteva leggere il mondo in quegli occhi profondi, cosi capaci di dire. Ripassava nella mente ogni loro movimento, ogni espressione nelle loro conversazioni sporadiche su application e lavoro. Non riusciva a capire cosa dicesse, cosi persa a provare ad essere concentrata quando le sembrava solo di poter stare su una nuvola e farsi trasportare. Il mondo le si ovattava intorno ogni volta che parlavano.

Quella emozione la aveva scritta per dare sfogo ad un groviglio di sensazioni che le faceva attorcigliare i pensieri come vipere impazzite. La aveva scritta e lasciata là,  su un pezzo di carta,

“Macchiato di un colore di maggio. L’emozione sibila sulle pieghe del viso, che storce il broncio della solitudine. Brilla la pelle al sole e scorge l’emozione nascosta nell’imbarazzo. Ed è strano quanto è potente quello che sento, sibilato nello stomaco e nascosto all’attenzione della mente sempre attenta a quello che fa. Dove vai mente innamorata? Si felicita con il cuore arreso alle ferite, si felicita di un nuovo arrivo che fa entrare spiragli di luce. L’emozione perfora lo stomaco della solitudine, ne squarcia lo squallore e fa sorridere alla vita”.

Lo aveva cercato, per giorni. Ogni giorno le sembrava che avesse acquistato un suo perché. Il tempo non era più qualcosa da passare ma era l’attesa tra l’averlo visto e la volta successiva. Il tempo lo sentiva nel suo corpo, sentiva il presente. Non c’era un overthinking sul passato e sul futuro. Il qui e ora era il suo posto nel mondo.

Portava i suoi pensieri nevrotici come turisti intorno alla città e passeggiava con la sua amica per Covent Garden, detto senza erre, perché a Londra non si pronuncia, un po’ come quando si parla con l’accento snob di Napoli e scambiavano opinioni sulla città della Consapevolezza. “Perché della consapevolezza?”, le aveva chiesto l’amica. Lei rispondeva con un sorriso saggio sul volto: “Perché qui sono consapevoli del senso della vita. Qui, tutto e tutti sanno che la morte esiste”. In cinque mesi le si era aperto il pensiero, vedeva tutto più vasto, vedeva per la prima volta dopo tanto tempo gli uomini, la stessa musica, gli stessi odori, gli stessi sapori, tutti sotto lo stesso cielo. Danzanti. Proseguiva imperterrita il suo flusso di parole: “I londinesi, chi vive a Londra,  non si attaccano alle cose, lo sanno che non c’è il tempo e che il tempo non c’è e non è. Non li puoi definire e più provi a metterli dentro a delle categorie e più impazzisci. Qui la vita si vive come se si fosse dentro ad un parco giochi. La vedi brillare, ti diverti, ti spaventi,  ma non ti chiedi perché. Stai li, passi il tempo, consapevole che passa: Gamification City. I Londinesi non stanno li a fare muri sociali, commerciali, vitali. Vivono, scopano, amano, si ubriacano, lavorano, ma tutto con la consapevolezza del tempo e che tutto può cambiare. E non si sa quando. La vita a Londra la vedi passare felice e libera nella gran festa popolare del week end del Bank holiday: cittadini e turisti ammassati, ordinati, felici e silenziosi camminano a South Bank. Gelato in mano e facce da bambini soddisfatti. Splende Londra su un banda di musicisti che suona su un improbabile bagnasciuga, occupato ai primi raggi di sole. Batte su i corpi stesi al sole sul verde prato e batte su un gruppo di giovani che fanno penzolare i piedi dalla finestra di una casa vittoriana ad Highgate.  Brilla a Londra la libertà dell’essere sotto le nuvole assolute di un giorno sereno”. “Ti rendi conto che questo era un monologo teatrale?” aveva detto tra il serio e il divertito l’amica. “Beh, allora la prossima volta ti farò pagare”, le aveva risposto serissima, simulando di essere arrabbiata per poi esplodere in una risata rilassata. Le due abbracciandosi divertite avevano ripreso a camminare tra quel fruscio di gente diversa. Volti sconosciuti e uniti nella folla a rappresentare il mondo.  Un gruppo di giovani, in particolare, attirava la sua attenzione. Le sembrava di essere finita sul set del film Insurgent, dove l’umanità è ridotta a nette categorie. Camminavano in gruppo, vestiti in modo molto simile agli insurgent del film e avvistata una o due persone sedute in un angolo,  vi si avvicinavano, in circolo applaudendo, sotto lo sguardo sorpreso di attenzione dell’ignaro protagonista. Inno alla vita, all’esclusività di ognuno di noi, alla creatività?. “Dovremmo concentraci sulla ricerca di un uomo, tanto quanto ci concentriamo sulla ricerca del lavoro”. Le aveva  detto, volutamente sentenziando, la sua amica, tra un sorso di birra e l’altro. Quella frase la aveva conservata sotto la lingua, la aveva gustava e la aveva fatta sciogliere come granuli di zucchero. Il giorno dopo ne assaporava ancora il retrogusto.

Si era preoccupata che non lo avrebbe più rivisto. E con il sapore dolce sotto la lingua, aveva preso l’autobus per andare in biblioteca. Poi nella corsa giornaliera a cercar con gli occhi di lui, era entrato portandosi dietro la sicurezza del suo giorno e del suo credere. Camminava come se avesse dietro di sé un carico di saggezza, una valigia abbastanza pesante da trainare. Eppure, per lui sembrava essere leggera. Le aveva detto che il lavoro come agente per la sicurezza presso la biblioteca era temporaneo, aveva una laurea in medicina e stava cercando lavoro, almeno come assistente medico. Ecco, si. In effetti quella camminata le sembrava appartenere a quel mondo, allo stereotipo un po’ datato del medico che prosegue sempre con passo accelerato sostenendo il peso della valigia in pelle marrone, con leggerezza del corpo e saggezza nella mente. Lei lo seguiva con lo sguardo per cogliere l’attimo in cui lui la avrebbe vista. Ma nulla, aveva camminato dritto, consapevole o addormentato sui pensieri, mentre lei, con la speranza che più tardi lo avrebbe rivisto, aveva accartocciato la rimanenza del panino troppo salato, aveva raccolto le sue cose, del giorno sempre di fretta e delle molte cose da fare, ed era uscita con un pensiero felice in tasca.

A pomeriggio inoltrato sulla sua vita, era tornata in biblioteca. Non c’era, non passava, non sentiva i suoi passi che aveva imparato a riconoscere cosi bene. Leggeva i vari siti di lavoro ed era attenta ai passi. Ne aveva studiato l’incedere. Il ritmo dei suoi passi, non era un semplice suono, ma un andamento della persona. Il passo sapeva di una camminata paziente e attenta. Un uomo cauto nei suoi pensieri sicuri. I passi si alternavano con musicalità, era un suono lento, di scarpa di gomma, usurata. Ogni passo era un sussulto al cuore. Un attimo per alzare lo sguardo dal PC al guardarsi intorno ed eccolo li, sempre calmo, sempre sguardo vivo. La aveva vista anche lui, ma in un attimo di imbarazzo aveva distolto lo sguardo, quasi fingendo di non conoscerla – riconoscerla. Lei aveva abbassato a suo volta lo sguardo, per reggere meglio l’imbarazzo della situazione. Sarebbe stato diverso, lui sarebbe tornato. E cosi era stato. Stesso giro, stesso passaggio dietro ad una colonna, lei aveva di nuovo accennato un saluto con la mano e lui si era avvicinato. Application, lavoro e cosi via. Lo aveva trovato più bello del solito. Gli brillava la pelle accarezzata dalla desueta luce di Londra e aveva acquistato un fascino di ragazzino-pavone sugli sguardi maliziosi di una donna-ragazza impacciata. Parlavano di lavoro, con lo sguardo rotolavano in un letto profumato di emozione e passione e sesso e sudore, baci, abbracci, confidenze, vino, notte, dolore, piacere, imbarazzo, vergogna, orgasmi, suoni e dolcezza. Si erano salutati: ci vediamo dopo. Lui era seduto fuori, nell’ingresso. Aveva il cellulare in mano. Lei scendeva le scale con una tipa strampalata dalla difficoltà di trovare lavoro a Londra. Lui era lì, cellulare  a portata di mano. Era li per lei e lei era caduta nei suoi soliti imbarazzi che erano sfociati in una paralisi celebrale. Lui la guardava, lei proseguiva su un semplice ciao.  I pensieri le ronzavano nella testa impazziti. Torno indietro? Prendo l’auto? Torno indietro? Prendo l’auto? Crescendo si impara l’amore? Può essere amore un dialogo breve diviso in minuti, in giornate diverse, in settimane diverse? O era la solitudine a mangiare, a divorare, a spingere a far correre, a far sognare? Non aveva una riposta pronta e il ragazzo dalla pelle di sole non poteva dargliene una. Non avrebbe dormito per più notti su quel ciao non detto calmo, su quel numero non scambiato, su quell’incontro con quella tipa nel giorno, momento, luogo sbagliato. Era salita sull’autobus immaginando e forse un po’ anche credendo che lui sarebbe potuto uscire dalla biblioteca, di corsa, per parlarle. Le sembrava un pensiero cosi romantico: lei che lo guarda imbarazzata dall’autobus e lui che le sorride ironico sulle coincidenze sbagliate. Forse è l’universo che manda segnali quando non è il momento giusto, forse a volte bisogna semplicemente essere pazienti e aspettare. Era tornata a casa con l’ansia di quello che sarebbe successo il giorno dopo e l’immaginazione dei vari possibili scenari le si era appiccicata alla pelle per tutta la notte. Aveva dormito con il sorriso stampato sulle labbra. Il giorno dopo sarebbe andata li, si sarebbero scambiati i numeri e sarebbe nata una meravigliosa storia d’amore almeno paragonabile all’Oscar 2017 per una originale commedia romantica, che aveva scritto nella sua mente, la notte, sudando, pensando, girandosi nel letto, ridendo da sola.

Si era svegliata di buon ora, doccia, capelli, trucco, panini, il piano del giorno pronto, forte e chiaro. Obiettivo superare la giornata e arrivare a lui, il ragazzo dalla pelle di sole. Sarebbe stato il giorno giusto, per lei, per lui, per loro.

Era entrata in biblioteca guardandosi intorno in modo casuale. In realtà scrutava ogni angolo come un segugio. Ogni volta che il sentimento circolava nei suoi pensieri, lei impazziva: tutta la realtà e il tempo intorno le si distorcevano come in un Dali’ .  Entrava nel caos. E cosi anche quel giorno. Lei leggeva ed ecco di nuovo i passi, leggeri, gommosi. Ad ogni passo il cuore le batteva più forte. “Ciao” le aveva detto lui, avvicinandosi con quel sorriso, bello, luminoso e sicuro. E lei “Ciao, come stai?”. Appena dopo la prima battuta una vampata di calore le aveva invaso il viso e più ne diventava consapevole e più arrossiva, e più arrossiva e più si vergognava. E lui, carinamente, si era di nuovo allontanato. Le piaceva ancora di più. Aveva tirato fuori quella gentilezza d’altri tempi, la comprensione dell’altro, l’empatia. Lei, invece, era andata a dormire con quel senso di vergogna: capriole appassionate nel letto.

Sarebbe andata avanti cosi per giorni. Lei che arrossiva e lui che andava via.  Sopratutto l’ultima volta. Di nuovo la lettura e il battito accelerato ai primi passi, che ormai erano anche i suoi. Ogni singolo passo, lo sentiva nella pancia, era una emozione che le accarezzava dolcemente il ventre e la sorprendeva, come un piccolo sussulto. Lui si era avvicinato leggendo quello che lei leggeva. E lei, era impazzita. Non ricordava nemmeno se gli avesse detto o meno ciao. Gli aveva chiesto una mano per rispondere ad una email. Si era incartata su un modo di dire per ringraziare di un aggiornamento riguardo ad una richiesta di lavoro. Lui carinamente si era avvicinato, con la solita calma e la sua pelle di sole. Sentiva il calore del suo corpo su di lei e allo stesso tempo il suo imbarazzo. Aveva la pelle del colore di un giorno d’estate e del cioccolato che si scioglie sulle papille gustative, come un brivido. Una voce piccola e cauta. Non riusciva a capire la sua sensualità, non poteva leggerla in un corpo figlio di un altro sistema culturale. Pakistan. Per quanto si sforzi la globalizzazione, a volte i segnali del cuore e della passione rimangono unici, stampati in modo personale nel proprio vissuto culturale. Lei lo aveva ringraziato, quasi per dire allontanati adesso, non reggo questa emozione, non la so gestire. Lui, anche questa volta era andato via in modo garbato. Era tornata paonazza al PC, ma ormai la concentrazione la aveva salutata. Otto meno un quarto. La biblioteca aveva annunciato l’imminente chiusura. Lei rigirava nei suoi pensieri per trovargli un senso, ma andavano veloci e confusi. Qualcosina le sembrava però di poter prevedere. Si, sarebbe andata cosi. Sarebbe scesa, lo avrebbe di nuovo trovato seduto, ad aspettarla, cellulare o carta e penna a portata di mano. Lui la avrebbe fermata per parlarle, le avrebbe chiesto il numero e avrebbero parlato e amato e riso tra sms, email e appassionate telefonata d’amore. Era appena uscita dal bagno e con passo lento sulle scale osservava verso l’uscita per provare ad intravederlo. Nulla, non c’era, si era cosi girata, legnosa, verso uno degli spazi di relax, prima dell’uscita. Lui era li, la osservava, lei era in un manto di confusione. Una parte del suo corpo andava verso di lui, una altra usciva e una altra tornava indietro. Lo aveva salutato con la mano e lui le aveva detto un chiassoso ciao. Non ricordava se si fosse o meno fermata. Mentre ricordava chiaramente che era rimasta sorpresa dal fatto che la sua fantasia non si fosse avverata. Forse si, forse si era fermata ad aspettare che quel sogno diventasse realtà. Aveva fermato per qualche istante gli occhi su quel quadro che non rappresentava assolutamente quello che lei aveva immaginato. Lui non era vicino, era piuttosto lontano e non era solo, era con altri due uomini. Aveva ripreso a camminare ed era uscita quasi arrabbiata che la realtà non si fosse piegata ai suoi desideri. La nuvola di confusione la avvolgeva stretta e aspettava l’arrivo dell’autobus, guardando e credendo anche questa volta nella favola del principe che esce da castello solo per lei. Nessun principe, nessun castello, solo l’imbarazzo di una donna-bambina che ancora non ha imparato a giocare con le emozioni. Si domandava, mentre l’Oyster batteva sul verde, che forse non bisognava fermarsi ed aspettare, ma semplicemente andare e riprovare e sciogliere la nebbia intorno e vivere.  Salire sul bus e imparare a fare, aspettare, vivere, riprovare, dare voce alla realtà.

Aveva deciso, avrebbe fatto passare un po’ di giorni per smaltire l’imbarazzo. Per ora, ce ne era già abbastanza.

Molti giorni piovosi su Londra e i giorni che passano sulla vita che non fa pause per nessuno, nemmeno per lei. Girava con lo sguardo per la biblioteca. Aveva aspettato troppo, per oltre un mese aveva interrotto i suoi sabato di relax e cambio lavoro nella biblioteca: lui non c’era più. Avrebbe voluto avere un dialogo a cuore aperto con la vita, chiedendole perché non le aveva concesso ancora un altro po’ di ansia, di vergogna, di overthinking, di batticuori e di speranza. Dove sei ragazzo dalla pelle di sole, si chiedeva. Dove saranno andati i tuoi occhi di bambino? La aveva avvertita che anche lui cercava un nuovo lavoro e che se chiamato avrebbe accettato. Ma perché non si era fatto avanti nemmeno lui? Lo avrebbe dimenticato, si era seduta, ripetendoselo, su una comoda poltrona vuota, mentre gustava l’odore della pioggia di Silvi Marina sull’asfalto di Londra e il colore verde calmante delle foglie verdi che accendono di luce i palazzi mattoncino che vedeva davanti a sé.  Non aveva più voglia di nulla, quel batticuore infantile e dolce che le aveva riempito le giornate emotive ora non c’era più. Si era alzata e si era diretta nella sezione arte, per svagarsi un po’. Aveva preso il libro di Seurat ed era tornata a consolarsi con una “Domenica alla Grande Jatte”. Il suo quadro preferito che la portava ogni volta in una armonica tranquillità. Lo osservava e con lo sguardo domandava a quelle donne, cosi calme e ferme, se avrebbe mai rivisto il suo ragazzo dalla pelle di sole. Chiedeva insistente facendo rimbombare la domanda tra i suoi pensieri e nel farlo, una accenno di sonno le faceva abbassare le palpebre. Rapido, da un accenno era passato ad un sonno. Lei aveva poggiato la testa sul grande libro, ancora con l’indice puntato sulla donna con l’ombrello. La pagina da patinata aveva ora un tratteggio di umidità. L’indice di lei, sfiorava il pollice per capire cosa fosse. Acqua. Poi calore. Aveva aperto gli occhi e un respiro affannato e lungo e intenso la aveva pervasa ed aiutata ad affrontare lo stupore. Si era stropicciata gli occhi, mentre un sorriso sgargiante le tirava le guance. Era li’ per davvero, era entrata nel quadro. Il silenzio dell’assurdo e il rumore della vela della barca nel lago la cullavano e ad ogni istante si aggiungeva un altro suono. Era immensa nel colore intenso del pittore, ne cercava segnali caratteriali, avrebbe voluto scrutare un po’ di lui nei dintorni. Dove si nasconde la tua storia personale? Dove è il segreto che vuoi nascondere? Forse lo conoscono i tuoi personaggi? Forse tra di loro si nasconde il tuo amore? Mentre scrutava con gli occhi i tratti di quelle donne restie a sguardi estranei, dei passi si avvicinavano e la riportavano alla realtà. Ad ogni passo percepiva sempre di più la soglia tra sogno e realtà: il breve sonno le aveva regalato una insolita avventura, ora era sveglia. Di nuovo le era passato accanto quell’uomo che non era lui. Di nuovo lui, per la terza volta! Non potevano essere semplici segnali del destino, la terza volta non poteva essere una casualità. Voleva sostare ancora per poco nell’illusione del forse tornerà, forse lo rivedrò. Un altro giro, altri passi sconosciuti. Ancora, non era lui. La sera era scesa sull’altoparlante che annunciava l’imminente chiusura della biblioteca e con fare arrendevole era tornata a casa. Quale casa poi? Si chiedeva se quando si lascia la propria casa, quella familiare, sia possibile trovare un altra casa da considerare un rifugio sicuro. E sopratutto se potesse esserci un rifugio sicuro oltre il proprio io. Con pensieri pesanti nella testa, chiamava un amico per distrarsi.”Perché non chiedi che fine ha fatto?”. Una domanda semplice, una soluzione semplice, eppure su quella soluzione semplice fornita dal pratico amico lei aveva fatto volare, planare alto il tempo. Una settimana dopo, aveva preso il coraggio di chiedere. “Lavora ancora qui o ha lasciato il lavoro…?”, chiedeva a quell’uomo che le aveva portato via il suo ragazzo dalla pelle di sole. Lui la aveva fissata con fare tenero e interrogativo, per scrutare il perché della domanda e poi secco e quasi arrogante aveva tirato fuori il suo verdetto: “No, non ha lasciato il lavoro, è tornato a Dubai, dalla moglie”. Le parole le sgorgavano veloci dalla bocca per nascondere l’imbarazzo, una dietro l’altra in fuga, in un disperato tentativo di nascondere quanto il suo sogno fosse crollato, eppure era bastata la memoria a sottolineare una parola, in modo ripetitivo: ..”. no, non ha lasciato il lavoro…”. Ergo sarebbe potuto ritornare. Il suo sogno poteva continuare. La sua era una illusione che aveva bisogno di riposare per trovare una sua realtà. Aveva bisogno di tempo e di nutrimento per accogliere la sua vera natura.

Il suo inconscio le aveva fatto eliminare la parola moglie, che nei giorni successivi continuava però a ripetersi nella sua mente. Moglie, il primo giorno, sposato, il secondo giorno, figli,il tezo giorno, stronzo, il quarto giorno, inganno, il quinto giorno, marito, il sesto giorno, cretina, il settimo giorno.

La trafila di parole le aveva attraversato la mente fino a convincerla, lui non sarebbe più tornato. Si, era una cretina.

La vita a Londra intanto la sballottolava tra interviews in preda all’ansia, passeggiate kilometriche con gli amici e birrette del venerdì sera. Ansia, si. A Londra ansia è una parola chiave, soprattutto a Camden Town. Non fumava da anni e francamente non le piaceva nemmeno l’effetto della cannabis su di lei, appunto le dava ansia. Una passeggiata a Camden Town tra il venerdì e la domenica, le bastava per far riaffiorare tutte le ansie di una vita. Quell’odore acre le si conficcava nelle narici, e le lasciava l’amaro in bocca e il batticuore da overthinking.

Il pensiero del ragazzo dalla pelle di sole era ormai lontano.

Aveva un appuntamento presso la Camden Library alle 11, con un job coach. Chiacchieravano di lavoro, strategie e passioni comuni. La struttura della library le ricordava una fabbrica italiana anni 50’, ascoltava e si guardava intorno curiosa. David aveva la passione per la scrittura e stava scrivendo un play per il teatro. La avrebbe aggiornata. Con un reciproco finger crossed augurale per il loro futuro, si erano stretti la mano per salutarsi. Per uscire, aveva da poco superato una libreria che separava la sala lettera dalla reception e appena girato l’angolo i suoi occhi e quelli del ragazzo dalla pelle di sole avevano fatto click. Era lui, lo aveva ritrovato. Si era avvicinata, si erano salutati, lui le aveva chiesto come stessero i suoi gatti e le aveva detto che ormai lavorava li. Non c’era nessun batticuore ad ostacolare le parole. Nessun imbarazzo. Lei aveva la lucidità di esplorare il suo viso e studiava con lo sguardo la sua pelle distesa e il fare gentile di sempre.  Non c’era più quella sensazione, quell’emozione, si era appiattito tutto, come se il mondo da tridimensionale fosse diventato bidimensionale. Aveva salutato quelle figure di cartone e con passo accelerato e felice aveva preso a camminare sulla Camden High Street con un pensiero stretto nel suo futuro abitare il mondo: “la vita cambia gli scenari, il cuore fa la regia”.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...